Il modo peggiore per celebrare Genova come città dell’Inno Nazionale

Mi sono battuto per anni perché Genova fosse riconosciuta come Città dell’Inno Nazionale, e sicuramente non mi dispiace assolutamente la delibera del consiglio comunale di oggi che stabilisce che tutte le sedute di quell’assemblea democratica che rappresenta la città inizino con “Il Canto degli Italiani”. Ma, se è pur vero che non mi dispiace, una simile decisione mi preoccupa per il contesto in cui essa viene assunta e per il messaggio che rischia di far passare, e probabilmente devo riconoscere che abbiano fatto bene i 16 consiglieri che si sono espressi contro questo provvedimento.
Ho sempre sostenuto, e credo fermamente tutt’ora, che la difesa della propria identità e delle proprie radici e la rivendicazione storica di essere città dell’Inno Nazionale non sia assolutamente in contrasto con il cammino di integrazione europea e mondiale che auspico. Ma nell’attuale contesto sociopolitico italiano di crescente razzismo, xenofobia ed intolleranza, il messaggio che rischia di passare con questa delibera è un messaggio di marcata difesa del nazionalismo e di supporto a deliranti posizioni divisive che rischiano di essere molto pericolose.
Forse la cosa più giusta sarebbe stata fissare nel regolamento comunale la data del 10 Dicembre come data in cui debba riunirsi in seduta solenne e commemorativa il Consiglio Comunale, aprendosi in quella specifica occasione con l’inno. Forse sarebbe stato meglio semplicemente impegnare il Sindaco e la Giunta per chiedere a Roma la proclamazione del 10 Dicembre come giornata dell’Inno. Forse si sarebbe potuto semplicemente procedere con la riforma dello Statuto Comunale con il cambio di denominazione in “Genova Città dell’Inno Nazionale” che io in passato più volte ho chiesto. Forse…
Forse si è scelta, in buona o malafede, la strada più pericolosa ed inutile che si potesse imboccare per onorare questo aspetto fondamentale della storia della nostra città. Pericolosa per il rischio di essere fraintesi come ho detto (posto che non fosse proprio quello il messaggio che si voleva far passare…), inutile perché è qualcosa che rimane inevitabilmente confinato all’interno della Sala Rossa senza che abbia particolare rilevanza o visibilità all’esterno. Potrei dire, sotto certi aspetti, addirittura dannoso perché come tutte le cose imposte e ripetitive con l’andar del tempo finirà per perdere il proprio significato originario (qualunque esso dovesse essere) per diventare fredda e sterile burocrazia, mero adempimento richiesto da un regolamento che magari un giorno qualcuno cambierà di nuovo per risparmiare tempo; un declassamento del gesto inevitabile e che rischia di trasformare un motivo di orgoglio in un fastidio.
D’altronde cosa ci si può aspettare da chi pensa di spostare la pietra di “Fratelli d’Italia” dall’Acquasola dove si trova come ricordo della storia ad altro luogo che la rende sicuramente più visibile ma che non ha alcun legame con l’identità dell’inno e della città?
Si può solo sperare, per il bene di tutti i genovesi che si parli seriamente di altre tematiche più urgenti per la città e che in futuro magari si ritorni con una più attenta riflessione ad occuparsi di questa pagina di storia, evitando nel frattempo di strumentalizzare un simbolo della nostra nazione e della sua unità per messaggi politici (che per altro negano la fratellanza cui si ispira l’Inno).

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